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20090824

Quote On My Mind: GIANLUCA GRIGNANI, L'ALLUCINAZIONE

Purtroppo, o per fortuna, una mia amica mi ha fatto scoprire questa canzone e mi piace ascoltarla e mi piace il testo. Gianluca Grignani sappiamo tutti dove è andato a finire, con l'aiuola e tutte quelle cose lì, ma prima era questo: un talento di discrete capacità. Poi quella che lui chiamava fabbrica di plastica, se lo è inghiottito, i discografici nel nostro paese sono quello che sono e via discorrendo. Questo testo è molto bello, è la cosa più banale che io possa dire, ma è anche la più sincera. Senza che facciate i puristi a tutti i costi, una chance può essere data a tutti. In questo disco e in quello successivo - Campi di popcorn - penso se la meriti. La dedico a questa persona, so che per lei conta molto.

Balthazar Smith

E poi ci penso su perché mi sento giù forse perchè non
lavoro quasi mai o solamente si dev'essere così è che mi manco
ogni giorno un po' di più.

Ma la verità bisogna ammetterla e già che chi mi manca sei tu
che chi mi manca sei tu.

Per non pensarti più mi guardo un film ma tu che cosa fai
persino dentro la tv.
Sai non pensavo che nel mezzo del Far West t'avrei incontrata
anche vestita da cow boy
Ma lo sceriffo no non ucciderlo no che mai già ferito anche me
che hai già ferito anche me

e poi ad un tratto dallo schermo cadi giù e t'avvicini come stai io bene
e tu no! non può essere allora è un'ossessione stai diventando la
mia allucinazione.

E adesso cosa c'è non sto pensando a te cosa ci fai qui per strada
insieme a me non ti rispondo no
c'è troppo traffico è che son
pazzo già lo dicono da sé
Ma se mi giro e mi rigiro non ci sei?dove sei dove sei?

Sei già lontana tra la gente un punto tu che se mi
sforzo vedo ancora e poi non vedo più allora é vero sei l'allucinazione

20090707

Quote On My Mind: UOCHI TOKI, IL BALLERINO

Avevo undici anni, a scuola odiavo quasi tutti i miei compagni: impossibile adeguarmi, non riuscivo a riprodurre le dinamiche viste nei programmi di Gianni Boncompagni. Andavo a scuola a piedi con mia sorella: non c’era nessuno ad accompagnarmi, i rapporti con gli altri erano traumi per ribellarmi. Ero un pirla. Disegnavo animali e mostri, frequentavo corsi di danza moderna, in modo da oppormi a quella tendenza che porta un ragazzo verso il calcio, lontano dalla scienza. “Gli sport di squadra sono una merda!”: fu proprio questo il motore della mia scelta. Ascoltavo Michael Jackson e la dance più zarra in cassetta. Due giorni la settimana ballavo in palestra, poi, a casa, provavo passi nella mia cameretta. L’insegnante di danza era efebico. Io vestivo con la tuta da ginnastica e le espadrilles, ed ero supremo e patetico; e sopratutto l’unico maschio in mezzo a ragazze che ballano, che si cambiano nella stanza di fianco, che mi fanno pat pat sulla testa: uno smacco per coloro che dopo gli allenamenti di calcio passavano il tempo a constatare reciprocamente le misure del loro cazzo. Purtroppo, è considerato più eterosessuale guardarsi tra maschi per determinare chi sta nel club dell’età puberale, piuttosto che farsi circondare da ragazzine vestite attillate che fanno discorsi sulle loro relazioni presenti e passate.

Per questa dicrepanza la situazione cominciò a pesare: le categorie create dagli adulti mandano sempre tutto a puttane. Una ragazza più grande in palestra mi interpella con in mano una cartella e una penna: vuole farmi un test per verificare se inizio a manifestare qualche tendenza omosessuale. Fu quella la prima volta che ebbi a che fare con la scienza dozzinale di molte studentesse universitarie iscritte a psicologia. A parte, quando tornavo a casa, fuori dalla palestra mi aspettavano gruppetti di coetanei che mi motteggiavano: facevano il gesto della fellatio, mi chiedevano se mi facessi le seghe, se fossi pazzo. Avrei saputo cosa rispondergli, se le mie scelte fossero state inerenti agli argomenti che questi ragazzi mi sottoponevano, ma di fatto stavo zitto e tiravo dritto. Al tempo i miei genitori non mi avevano ancora spiegato tutto – anzi, niente, a parte la morte – quindi per me esistevano solo i cartoni animati, le merende, le guerre contro gli altri, combattute con armi incomprensibili, eserciti che parlano lingue diverse, con genitori come generali che estinguono i moti naturali, determinano le cause perse, facendo sì che battaglioni di figli si fronteggino, si sparino addosso reciprocamente perché non riescono a capire la lingua con cui l’avversario dice “mi arrendo Siamo amici?”. Altrimenti, io in primis avrei smesso di sparare subito. A tredici anni, ho capito che la mia voglia di muovermi a tempo, di partecipare in modo dinamico all’ascolto, si concretizzava nella batteria. Se ci fossero dei metodi per incanalare le propensioni di un ragazzino, avrei iniziato a suonare la batteria a undici anni e non dai sedici in avanti, senza amici batteristi od insegnanti: così adesso sarei super tecnico, farei il turnista, il purista del metal o delle salse merengue, farei cover hard rock invece di queste arringhe, berrei whiskey invece di succo di frutta ed aringhe, parlarei di lavoro invece di Omote Renge e Sharingan. Potrei fare invidia a tutti quei miei coetanei con la macchina un po’ costosa, che hanno imparato la sessualità dalle spiegazioni del fratello più grande, che dicono di saperne sulle donne perché ne hanno avute tante. È come dire di saperne di meccanica avendo posseduto questa e quest’altra macchina, ma non avendone mai smontato un pezzo. Vi basta vedere che sto zitto e tiro dritto per essere convinto? Posso distruggerti in un attimo, facendo una piroetta in pubblico!

20090318

Quote On My Mind. JEFF BUCKLEY, LAST GOODBYE


Oggi sono assolutamente, totalmente, perdutamente, e qualsiasi altra cosa che possa venirmi in mente, stregato da Jeff Buckley. Già da un pò di settimane lo stavo riascoltando, e devo ammettere che in tutti questi anni (una decina circa) più e più volte mi è capitato di riprenderlo in mano. Il suo disco Grace è una di quelle cose che non mi annoiano mai mai mai mai, anzi. Sembra migliorare. Mi piace la voce (!), il suono (!), il fatto che si muova con agilità tra rabbia, dolore, speranza, lirismo, sensualità, commozione con un'agilità unica.
Mi piacciono tantissimo pure i testi. Come questo, tratto dal brano Last Goodbye:

This is our last goodbye
I hate to feel the love between us die
But its over
Just hear this and then Ill go
You gave me more to live for
More than youll ever know

This is our last embrace
Must I dream and always see your face
Why cant we overcome this wall
Well, maybe its just because I didnt know you at all

Kiss me, please kiss me
But kiss me out of desire, babe, and not consolation
You know it makes me so angry cause I know that in time
Ill only make you cry, this is our last goodbye

Did you say no, this cant happen to me,
And did you rush to the phone to call
Was there a voice unkind in the back of your mind
Saying maybe you didnt know him at all
You didnt know him at all, oh, you didnt know

Well, the bells out in the church tower chime
Burning clues into this heart of mine
Thinking so hard on her soft eyes and the memories
Offer signs that its over... its over


E' una testo che voglio dedicare, un pezzo che per molti versi mi dà una bella carica, nonostante tutto. Potentissimo. Una di quelle canzoni per le quali viene voglia di innamorarsi, anche se non è positiva non importa. A volte basta aver vissuto qualcosa, anche se quel qualcosa è finito. Non lo sto interpretando. Non me ne frega di farlo.
Dico solo che adoro questo pezzo.

Bastian Smith

20090224

Quote On My Mind. DAVID SYLVIAN


"L'alveare, in molte società e attraverso i secoli, ha rappresentato la famiglia ideale, il gruppo ideale, e anche una certa scala di valori spirituali.
Molti dei miei testi parlano del desiderio di essere accettati, di appartenere, e nello stesso tempo esprimono questo senso di isolamento, di non essere capaci di appartenere.
La società ideale può esistere solo basandosi su leggi universali.
Sono una persona antisociale perché non riesco a farmi una ragione della società in cui vivo".

David Sylvian, settembre 1987, "Melody Maker"